Quando nel pomeriggio del 10 agosto 2015 sono atterrata a Christchurch da Melbourne, dopo un volo entusiasmante in pieno giorno che ci ha mostrato subito dopo il mar di Tanzania le vette nevose e i ghiacciai dell’isola del Sud, tra cambio della valuta e mancata coincidenza ho dovuto attendere più di un’ora prima di prendere l’autobus per il centro cittadino. E’ stata la giornata più fredda del mio viaggio nell’emisfero australe e ho salutato con sollievo l’arrivo di un bus piuttosto malridotto se non leggermente maleodorante. Non me l’aspettavo, così come non mi aspettavo il fatto che l’anziano autista non sapesse contare i soldi: si è fidato dei pochi spiccioli che gli ho messo in mano cercando di imparare subito io stessa i vari tagli del dollaro neozelandese; l’uomo mi ha assicurato che mi avrebbe indicato lui dove scendere e ho deciso di fidarmi. Durante il tragitto dall’aeroporto, che deve essere durato almeno un’ora, ammiravo com’era cambiato il paesaggio rispetto a quello australiano: soprattutto la bassa densità di case, anzi casette, scorci di giardini domestici accanto a cui era già parcheggiata l’auto di rientro da una giornata di lavoro.

L’autista non s’è sbagliato: ci ha accompagnate fino davanti all’albergo, che mi ero studiata di prenotare in pieno centro. Fatto il check in e messa addosso una maglia in più e il k-way, per proteggermi dal freddo e da una leggera pioggerellina, sono uscita che intanto s’era fatto quasi buio. Più che un posto dove mangiare, ero veramente curiosa di raggiungere downtown perché la mia amica aveva già cominciato a rimproverarmi di essermi sbagliata e aver prenotato in un’area periferica della città. Tale sembrava, infatti, il posto appena uscite dall’albergo. Girato l’angolo, ecco uno spiazzo, poi attraversata la strada l’unico deli ancora aperto e a un centinaio di metri qualche gru, più di una. La mia amica, che è architetto, ha subito dedotto che eravamo in una futura zona residenziale e che doveva trattarsi di una città in pieno fermento edilizio.

Ma il “centro” non l’abbiamo trovato, di ristoranti solo due e piuttosto costosi e così abbiamo ripiegato per chiedere indicazioni sul più vicino supermercato, sperando solo che fosse aperto vista l’ora e il luogo deserto. Al mattino, siamo uscite sul presto. Abbiamo ripercorso la stessa strada e ho dovuto iniziare a giustificarmi per la scelta della meta con la mia amica, perché di nuovo di centro neanche l’ombra, solo delle gru e dei cantieri. Il fatto è che Christchurch, capitale dell’isola del Sud e terza città di tutta la Nuova Zelanda per numero di abitanti, nel 2011 fu pesantemente colpita da un terremoto di magnitudo 6.3 che provocò la morte di 185 persone immortalate in un’installazione intitolata “185 Empty White Chairs.

Di Christchurch tornerò a parlare con foto uniche e inedite.

Oggi voglio solo dire che vedere come la città ha reagito a quel terremoto, trasformando il dolore della perdita e richiamando creativi da tutto il mondo per riutilizzare i materiali degli edifici inagibili e creare installazioni artistiche oggi conservate nel museo cittadino, è stata l’esperienza più forte del mio viaggio in Nuova Zelanda.

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Annamaria è una fotografa anarchica nel senso che non sa fotografare e non aspira alla carriera, ma ama viaggiare e, nel tentativo di fissare negli occhi l’anima dei luoghi visitati, scatta ogni volta migliaia di inutili foto alla ricerca del momento topico. Insegna, con più impegno e fortuna, lingua e letteratura inglese presso un liceo della riviera adriatica (trascorrendovi la stagione invernale visto che d'estate preferisce viaggiare). Nel 2015 ha concluso il giro dei 5 continenti, visitando, tra l’altro, Singapore, il Vietnam, l’Australia e la Nuova Zelanda.